Giorni Felici

di Samuel Beckett
regia e adattamento di Beatrice Meloncelli
con Luna Pizzo

Giorni felici rappresenta uno dei momenti più alti ed una evoluzione del teatro beckettiano. Invece di distruggere le precedenti forme teatrali Beckett prende il normale “dramma di conversazione” per svuotarlo da tutte le sue componenti significative, fino a renderlo pallido specchio della misera condizione umana.
In Giorni felici Beckett porta la situazione al parossismo, costringendo la protagonista all’inazione quasi totale in una lenta scarnificazione dei mezzi espressivi propri del teatro. La sempre più totale impossibilità di movimento di Winnie può essere interpretata in molti modi, ma soprattutto è una metafora del processo attante stesso, destrutturato e scarnificato. Nel corso del dramma, in questa performance ridotto, ella si distrae dalla tragica condizione in cui versa sia tramite l’utilizzo sistematico degli oggetti personali di uso comune che possiede, sia cercando un dialogo con l’amato marito. Un grande testo del teatro dell’assurdo con un autore impareggiabile, nel 1969 Beckett venne insignito del Premio Nobel per la letteratura “per la sua scrittura, che – nelle nuove forme per il romanzo ed il dramma – nell’abbandono dell’uomo moderno acquista la sua altezza”.

Giorni felici